venerdì 28 ottobre 2011

CARLA (La crisallide e la farfalla)



Si erano perduti di vista da oltre vent'anni. Si rincontrarono in occasione della morte di una zia comune: sorella della madre di lei e del padre di lui.
La ricordava bambina. Era decisamente brutta, e, per dippiù, assolutamente sgraziata: ultima ed unica femminuccia dopo tre maschi, era cresciuta come un maschiaccio, un padre maltrattatore ed una madre assente La ritrovava ora, fiorente, bella senza dubbio, con la grazia femminile che aveva ereditato dalla madre, e che era rimasta chiusa per anni nella brutta crisalide dalla quale sarebbe sbocciata una meravigliosa farfalla.
“Carla.” la chiamò lui sottovoce.
“Alberto! Tu? Ma dove ti eri cacciato, tutti questi anni?” rispose lei nello stesso tono di voce.
“Shhhh! Non è questo né il momento né il posto per le rimpatriate. Però se, alla fine del funerale, ci stai a prendere qualcosa con me, possiamo parlare con calma. Suppongo che avremo molte cose da raccontarci...”
Tornarono insieme dal cimitero di Poggioreale, nella macchina di lui, ed andarono a sedersi ad uno dei tavolini del Gambrinus, a piazza Trieste e Trento, a prendere un gelato.
“Be', parlami di te, degli altri della famiglia”
“Papà è morto molti anni fa...”
“Lo so, ero ancora qui, ed ero appunto a casa tua quando successe.”
“Mamma si è risposata pochi anni dopo.”
“C'era da aspettarselo: quando ancora era vivo tuo padre, civettava con tutti gli uomini che le capitavano a tiro.”
“Alberto! - si indignò lei - Stai parlando di mia madre!”
“Carla, ora sei donna anche tu (e che donna! Pensò) e devi ammetterlo, E poi, tuo padre era un maltrattatore, lo sai bene!”
“Che famiglia felice...- commentò lei, quasi tra sé e sé – Lasciamo andare questo tema, continua a farmi male!”
“Mi spiace, non volevo! Ma parlami dei tuoi fratelli.”
“Marco è sposato da anni, e vive a Roma con la moglie e due figli meravigliosi.
Eugenio vive a Napoli, con il suo compagno, e sottolineo il maschile...”
“Ahahah, e pensare che è stato proprio Eugenio, quando lui aveva sedici ed io quattordici anni, ad insegnarmi tutto sul sesso e sulle donne! Allora non si sarebbe detto che non gli piacessero!”
“Ludovico che, ricorderai, era un po' mentalmente ritardato, ha completato la Scuola Alberghiera, ed ora è cuoco in un gran ristorante di Zurigo.”
“E tu? Che mi dici di te? Sposata? O ancora in attesa del Principe Azzurro (e sottolineo il maschile)?”
“Be' no, non sono sposata, e si, aspetto mio Principe Azzurro. Dopo l'esperienza di
mio padre, capirai che ci vado molto cauta...”
“Vivi sempre nella casa del Vasto?”
“No. Gli ultimi anni ho vissuto con nostra zia, che come ricorderai, era vedova e senza figli, nell'appartamento ai Camaldoli, che ora è mio, giacché me lo ha lasciato in eredità. Anzi, perché non fai una cosa? Una sera di queste vieni a cenare da me. Ti ricordi dov'è?”
“Sì, più o meno...Comunque, dammi il tuo numero di telefono, se per caso dovessi perdermi...”
Qualche sera dopo, cenarono assieme a casa di Carla. Fu un cenetta familiare, casereccia, senza fronzoli né etichetta, accompagnata dal buon vino rosso del Vesuvio che aveva portato Alberto. Parlarono dei tempi passati, della loro adolescenza dorata, non senza qualche rimpianto, ma anche con tanti ricordi piacevoli, alcuni decisamente divertenti, sui quali risero di cuore.
Alberto, figlio unico, che sempre aveva desiderato una sorellina e che mai l'aveva avuta, assaporò la tranquilla felicità che quella cugina ritrovata gli stava regalando.
Presero il caffè nel salottino, seduti fianco a fianco sul comodo divano tappezzato con orribili fiori rossi.
“Certo che la zia aveva un gusto orrendo in tema di arredamento!” commentò.
Carla sorrise: “Ora che è casa mia, getterò questo divano e queste poltrone nel primo falò di Sant'Antonio che facciano sufficientemente vicino a qui! Te lo prometto!”
Rimasero fino a notti inoltrata a rispolverare i vecchi ricordi della loro fanciullezza.
“A te piaceva pettinarmi. Dicevi che da grande avresti fatto la parrucchiera, ed io ti servivo come cavia: a casa della zia (quanti pomeriggi e serate abbiamo passato lì!), io mi sedevo su di un seggiolina bassa e tu mi pettinavi con cura...”
“E quando scendevamo dai vicini del piano di sotto, che giá avevano comprato il televisore, a veder Mike Buongiorno ed il suo Lascia o Raddoppia...”.
“Poi anche la zia comprò un televisore, un mastodonte di ventiquattro pollici. Allora la televisione era ancora in bianco e nero (scommetto che i giovani di oggi non lo immaginano nemmeno, che un tempo la TV era solo in bianco e nero) e solo si riceveva un canale...”
“E quando veniva anche tuo fratello Ludovico, e si univano a noi le due figlie di don Peppino, il portiere, e giocavamo a merito e moglie sul ballatoio che dava sul gran cortile interno del vecchio palazzo...”
“ E quando...”
“Sì, ma il passato è oramai passato, e quegli anni spensierati non ritornano più!”
“Be' basta di malinconie! – disse Alberto – Piuttosto: domani è la festa della Madonna del Carmine. Che ne diresti se andassimo a veder l'incendio del campanile? Ci sei mai stata?”
“Nooo! Ma che buona idea! D'accordo, passa a prendermi alle...a che ora è, l'incendio?”
“Non lo so esattamente. Domattina mi informo e ti telefono, così facciamo un appuntamento preciso.”
“Traffico permettendo...Albe', ricordati che siamo a Napoli!”
“Non ti preoccupare, terremo in conto anche il fattore traffico.”
Si lasciarono con un abbraccio.
L'incendio del campanile della chiesa del Carmine è una festa popolare che, in memoria di un incendio realmente accaduto molti secoli fa, si ricorda con una gioco di fuochi d'artificio e giochi pirotecnici che fanno sembrare che nel campanile sia ancora una volta preda delle fiamme.
La grande piazza antistante la chiesa della Madonna del Carmine brulicava di gente. La scura mole della chiesa si stagliava contro il brillante cielo della notte estiva. Lontano, si distingueva appena la doppia silhouette del Vesuvio, con la fila delle brillanti luci della funivia, e del Monte Somma.
Al fianco della chiesa, la snella ed alta torre campanaria con le sue finestre in una fuga verticale di archi a tutto sesto.
Ai bordi della piazza, bancarelle di ambulanti vendevano, alcune, porzioni di polipo lesso e tazzoni di brodo di polipo, altre taralli, rustici con pepe e mandorle tostate o dolci, bianchi di glassa di zucchero, altre ancora zeppole e panzarotti, piccole porzioni di pasta di farina e crocchè di patata senza uovo, fritti in enormi padelle su fornelli improvvisati ricavati da vecchi bidoni.
Il brusio della folla era incessante.
Ad un tratto, un razzo lanciato da qualche punto dietro il campanile, si elevò al cielo, per aprirsi con strepito in una cascata di splendenti luci bianche: era il segnale dell'inizio dell'incendio.
Le finestre del campanile si illuminarono dall'interno di bengala prima gialli brillanti poi di un rosso cupo: cominciarono dal primo piano per poi estendersi gradualmente a tutti i piani superiori, mentre piccoli razzi si aprivano nel cielo della placida notte.
Il brusio della folla era cessato, tutti erano attenti allo spettacolo, mentre il silenzio era rotto dallo scoppiettio di piccoli petardi all'interno delle finestra “incendiate”.
Finalmente, anche la finestra dell'ultimo piano della torre si tinse di rosso. Poco alla volta i bengala si spensero, i petardi ammutolirono. Alla fine, quando tutte le finestre rimasero oscure, le campane suonarono festive al volo: l'incendio era stato domato, lo spettacolo era finito. La folla cominciò a disperdersi, soddisfatta, in attesa del prossimo incendio dell'anno seguente.
Alberto riaccompagnò Carla a casa.
“Sali un attimo, per un ultimo drink.”
Si sederono sul divano dagli orribili fiori rossi, sorseggiando un ottimo Fin Champagne nelle panciute coppe raccolte nel cavo della mano.
“Uno spettacolo affascinante.- disse Carla - Me lo avevano detto, ma non lo avevo mai visto di persona. Grazie!”
“Contento che ti sia piaciuto.”
Si fece silenzio tra i due, un silenzio complice, nel quale ripassarono le emozione di quegli ultimi giorni, quel rincontro inaspettato, il piacere di stare una volta ancora insieme come negli anni lontani della loro infanzia.
“Domani parto di nuovo. Il lavoro mi chiama di nuovo lontano dalla mia città...ma ci rivedremo!”
“Promettimelo!”
“Promesso!” La baciò sulla guancia, a quella sorella sempre desiderata ma mai avuta, ritrovata dopo tanti anni.
Chiuse la porta alle sue spalle, con il cuore in un pugno.

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